Filed under: Film | Tag: Charlie, fabbrica di cioccolato, Johnny Depp, Tim Burton
Sono molti i registi che si sono lasciati ispirare dal cioccolato per i loro film. Uno tra questi è sicuramente Tim Burton nel suo film “La fabbrica di cioccolato” (titolo originale: Charlie and the chocolate factory). In realtà il film è un adattamento dell’omonimo romanzo dello scrittore contemporaneo Rohald Dahal, pubblicato nel 1964, al quale il regista si attiene per quasi tutto il film, variandone solo la conclusione. Nell’opera cinematografica Burton ne riporta anche lo stile fiabesco del romanzo di Dahal ma crea un film che è molto di più di una semplice fiaba per bambini, è una creazione intrisa totalmente del suo stile che chi ama il regista non può non apprezzare.
Riporto la trama del film:
Charlie è un bambino che vive in una vecchia casa decadente insieme alla sua famiglia per la quale prova un amore smisurato. Adora la cioccolata ma suo padre può permettersi di regalargli solo una tavoletta per il suo compleanno. Charlie sogna ogni notte di poter visitare la misteriosa fabbrica di “cioccolato Wonka”, presente nella sua città, chiusa da 15 anni ma che continua a distribuire sul mercato enormi quantità di finissimo cioccolato. L’enigmatico proprietario è lo stravagante Willy Wonka il quale, un giorno, decide di imbandire un concorso rivolto a tutti i bambini: in cinque tavolette di cioccolato saranno nascosti cinque biglietti d’oro che permetteranno al loro possessore di visitare la misteriosa fabbrica e poter aspirare a vincere la sorpresa finale. I primi quattro biglietti vengono ritrovati da: il goloso Augustus Gloop, la vanitosa e scorretta Violetta Boregaurde, la super-viziata Veruca Salt e Mike Tv, devoto alla televisione e ai videogiochi. Charlie, con un po’ di fortuna riesce a trovare il quinto biglietto e si unirà al gruppetto, accompagnato da suo nonno (che era stato un tempo operaio in quella stessa fabbrica). Lo spettacolo che si presenta agli occhi dei ragazzini e dei loro parenti all’entrata della fabbrica è stupefacente: un’esplosione di colori contorna fiumi e cascate di cioccolata calda e liquida, colline ricoperte da erba alla menta, bacche e frutta di zucchero, fiori ricoperti di panna montata. I lavoratori che vi operano sono gli Umpa-Lumpa, persone di taglia piccolissima che intonano canzoncine di avvertimento ai visitatori. La combriccola, guidata da Willy Wonka, esplora l’intera azienda che pian piano si rivela essere una trappola per tutti coloro che dimostrano dei vizi smisurati. Dopo una serie di disavventure rimangono solo il piccolo Charlie e suo nonno che vinceranno il premio finale: l’eredità della fabbrica intera; ma il bambino è pronto a rinunciarvi per non abbandonare la sua famiglia. Dopo un episodio che porta Willy Wonka a regolare conti lasciati in sospeso con il passato e con suo padre, Charlie e la sua famiglia andranno a vivere nella magica fabbrica insieme al suo mitico proprietario.

Il racconto è strutturato secondo una progressione cronologica (salvo poche eccezioni) tipica delle favole e i valori che vengono esaltati sono quelli di ogni fiaba che si rispetti: l’umiltà, gli affetti veri, la sincerità, impersonificati da Charlie e la sua famiglia. Questo film è stato definito l’opera più teatrale di Burton poiché spesso gli Umpa-Lumpa intonano canzoncine e ballano in uno spazio che è di per sé una costruzione scenografica (la fabbrica stessa).
Il lavoro di Tim Burton lo si può apprezzare prima di tutto nello stile gotico e un po’ grottesco dell’opera: le contrapposizioni create dal regista sono nette e marcate a cominciare dalla decadenza della catapecchia in cui vive il piccolo protagonista e la maestosa e sgargiante fabbrica di cioccolato. Per sottolineare la contrapposizione, Burton cura dei particolari rendendoli poco realistici ma fortemente simbolici: per esempio le pareti oblique e il tetto ricurvo e storto della vecchia casa, la città grigia e spenta, quasi in bianco e nero, le ciminiere della fabbrica troppo alte e sottili che sputano fumo nero. Dall’altro lato, all’interno della fabbrica, troviamo un mondo che è l’esatto opposto di ciò che c’è fuori e sembra quasi di guardare un cartone animato ma solo apparentemente gioioso.
Gli stessi personaggi sono dei simboli: i quattro bambini e i loro parenti sono portatori dei valori sbagliati di cui si è macchiata l’intera umanità. I loro volti comunicano solo quello che i personaggi rappresentano, come fossero delle maschere di cera che racchiudono un involucro cavo dall’interno. Charlie invece è il chiaro emblema di una ricchezza di sentimenti interiore vastissima ma poco visibile esteriormente dagli occhi dei suoi compagni. Willy Wonka è un classico personaggio Burtoniano: estremamente gotico a cominciare dagli indumenti che indossa: una tuba alta, un cappotto lungo fino ai piedi, dei grossi occhiali tondi che gli coprono quasi interamente il volto di un pallore anormale; e come non associare questa figura a quella dell’altrettanto emblematico “Edward mani di forbice” o al più recente “barbiere Sweeney Todd”? Sono tutti personaggi maestralmente interpretati da uno stupefacente Johnny Depp che dimostra la sua versatilità e la sua perfetta sintonia con il regista, personaggi che si distaccano dalla società perché diversi per qualcosa che gli altri non hanno e ripetutamente soli, senza amici e senza affetti.
Un’altra chiara allusione critica presente nel film è la meccanizzazione del lavoro che prende il sopravvento sull’essere umano: in ben due casi è ribadito il concetto: quando il padre del piccolo Charlie perde il lavoro perché sostituito da una macchina nell’industria in cui lavorava, e l’automazione della fabbrica di cioccolato stessa, che ne produce enormi quantità senza nessun dipendente a parte le creaturine degli Umpa-Lumpa.
In conclusione quello che Tim Burton vuole mettere in scena non è solo una storia divertente dal lieto fine ma una critica alla società che si richiude intorno a valori falsi ed effimeri al cui centro c’è il mondo dello spettacolo che crediamo reale. Questo concetto è ironicamente raccontato nella scena in cui si vede la televisione che trasmette “2001: Odissea nello Spazio” dove al posto del nero monolite compare una tavoletta di cioccolata, materializzatesi nello schermo. Per Kubrick il monolite rappresenta il mistero, la divinità; il fatto di essere sostituito con della cioccolata è dichiaratamente provocatorio!